LA DEVIANZA MINORILE – JUVENILE DELINQUENCY

pubblicato su: www.qualepsicologia.com

 

Riassunto

Il periodo di crescita porta con sé un bagaglio ricco di cambiamenti psico-fisici, disagi, smarrimenti, frustrazioni e sofferenze che inevitabilmente destabilizza la vita del minore per diversi anni. Su tale sfondo prendono piede variabili sociali, storiche, familiari, relazionali ed intersoggettive che influiscono enormemente sul passaggio da disagio a devianza vera e propria e che, fatta attenzione ai segnali di esordio della problematicità, posso assumere un ruolo rilevante nella vita dell’individuo. Ecco dunque che, oltre il nucleo familiare, così anche quello giudiziario e punitivo/rieducativo, la rete di operatori sociali e il sistema istituzionale delle scuole diventano attori attivamente determinanti la valenza statistica del fenomeno della devianza minorile. Tale lavoro analizza qualitativamente le variabili del fenomeno, le loro caratteristiche e concatenazioni che favoriscono il passaggio da disagio a devianza.

 

Parole chiave

Devianza,minore,fattori di rischio,giurisdizione minorile,prevenzione.

 

Abstract

The period of growth brings with him a wealth of rich  psycho-physical changes, discomfort, loss, frustration and suffering that inevitably destabilize the child’s life for several years. Against this background variables taking hold social, historical, family, relational and intersubjective impacting greatly on the transition from uncomfortable to deviance real and that, with attention to signs of onset of the problematic, they can take a significant role in the life of the individual. That’s why, besides the family, so also the legal and punitive / rehabilitative system, the network of social workers and the institutional system of schools become actors actively determinants the statistics of the phenomenon of juvenile delinquency. This paper analyzes qualitatively the variables of the phenomenon, their characteristics and chains that promote a shift from uncomfortable to deviance.

 

Keywords

Deviance,lower,risk factors,juvenile jurisdiction,prevention.

 

 

  • La devianza minorile

E’ ben noto come il periodo adolescenziale si collochi nella vita dell’individuo come una fase ricca di disagio e frustrazione, spesso taciuti. Il processo di crescita colorato di continue esperienze di fallimento, di ansia e incertezze sul “nuovo non conosciuto”, provoca inevitabilmente sentimenti di smarrimento e sofferenza. A cambiare radicalmente non è soltanto la fisicità dell’individuo, ma anche i rapporti interpersonali con genitori e coetanei, la percezione del sé e dell’altro,  il progetto di individualizzazione, i mezzi scelti per farlo e il contatto con i propri sentimenti ora diversi e profondi. Il termine disagio si associa, dunque, ad una condizione percettiva soggettiva del proprio malessere sia a livello evolutivo, sia socio-culturale, sia emotivo.

Su tale sfondo collochiamo quei percorsi dell’infanzia ed adolescenza particolarmente problematici in cui una concatenazione di fattori, quali ad esempio delle insufficienze individuali, familiari o sociali, mettono maggiormente a rischio il percorso di crescita facilitando il passaggio da disagio a devianza minorile. Mentre, infatti, in alcuni casi siamo in presenza di segnali quali stati d’ansia, cambiamenti dell’umore, irrequietezza, disturbi psicosomatici, dell’alimentazione, di adattamento o del sonno, in altri il disagio viene espresso da parte dell’individuo attraverso comportamenti devianti e quindi con l’azione.

Il concetto di devianza, assume spesso il significato di trasgressione delle norme e valori contenuti nell’ordinamento giuridico e sociale del proprio paese, diventando secondo alcuni studiosi “ la manifestazione presso le nuove generazioni delle difficoltà di assolvere ai compiti evolutivi che vengono loro richiesti dal contesto sociale per il conseguimento dell’identità personale e per l’acquisizione delle abilità necessarie alla soddisfacente gestione delle relazioni quotidiane”(Neresini F., Ranci C.,1994). A tal proposito va precisato come, dal punto di vista strettamente sociologico, esiste una definizione condivisa di ciò che va ritenuto come un comportamento deviante in riferimento ad uno specifico contesto culturale e normativo che, se modificato, modifica anche la definizione di devianza. È ben noto come azioni che la nostra società delimita come devianti, in altri Paesi o epoche, vengono ritenuti in senso persino opposto.

Altri autori, invece, identificano il fenomeno come “una domanda non patologica inerente i bisogni psicologici ed affettivi , le difficoltà familiari e di relazione, le difficoltà scolastiche, il più generale malessere esistenziale connesso agli squilibri che il processo di costruzione dell’identità produce”(Melucci A., Fabbrini S,2000) riportando l’attenzione all’interiorità vissuta del soggetto.

A Merton (1957) appartiene la concezione di devianza come forma di adattamento alle pressioni anomiche; una risposta normale alle richieste provenienti dalla struttura della società. Quando, infatti, la struttura culturale richiede ciò che la struttura sociale vieta, si sviluppa quello che Durkeheim chiamava “anomia o mancanza di norme”. Lo stesso Cohen riprese tale teoria con l’influsso della Scuola di Chicago, per la sua elaborazione in materia della teoria della delinquenza giovanile sub-culturale (Cohen,Albert K.,1955).

Ben diversa è la posizione di autori quali Sutherland e Cressey (1978), i quali attraverso la “teoria dell’associazione differenziale” descrivono la delinquenza come originata dall’apprendimento di una serie di valori, norme e modelli di comportamento in contrasto con le convenzioni sociali dominanti e condivise. Una distorta socializzazione cresciuta in ambito familiare, lo sviluppo di dinamiche gruppali date dall’influenza ed imitazione di modelli violenti e prevaricatori, o la reazione ad una condizione di sottomissione e minoranza, indurrebbero l’individuo a far fede, per lungo tempo, a ciò che di disfunzionale ha appreso.

Infine prende piede la teoria dell’apprendimento di Bandura (1977) in cui la devianza si ricollega ad una struttura della personalità originata da processi di socializzazione primaria inadeguati, durante i quali il bambino, attraverso l’osservazione, scopre le conseguenze dell’agire giusto o sbagliato.

In contrapposizione a tali filoni troviamo la Labeling Theory (teoria dell’etichettamento) , strettamente connessa alla corrente filosofica, psicologica e sociale dell’Interazionismo simbolico e focalizzata più che sull’eziologia di tale  comportamento, sul suo processo del divenire. Essa descrive come la condizione di “devianza” venga oggettivata dai processi di definizione ed etichettamento sociale inducendo l’individuo a farne un ruolo stabile e un valore centrale del proprio Sé  (Berger P.L.,Luckmann G.,1966). In altre parole, quelle norme e categorie che regolano i contesti sociali, se da un lato definiscono la posizione sociale dell’individuo, aggiunta al giorno d’oggi anche di una spettacolarizzazione mediatica, dall’altro finiscono per prescrivergli un’identità vera e propria e gli schemi d’azione coerenti con essa (Milanese R.,1998).  È poi il soggetto stesso che, confrontandosi con pregiudizi e stigmi nel corso della sua esperienza, può scegliere se proseguire nella stessa direzione del suo etichettamento, o mitigare l’impatto del suo status sociale attraverso il controllo e la diminuzione della visibilità della devianza (Goffman E., 1963).

 

 

2 Fattori di rischio per la devianza minorile

 

Intendiamo per fattori di rischio, quella serie di indicatori che , se presenti e spesso concomitanti, fanno presagire una patogenesi di devianza minorile, lo sviluppo e l’accelerato decorso.

A capo di tale rassegna, poniamo innanzitutto delle componenti biologiche e neurologiche, quali ad esempio iperattività, deficit di attenzione e di apprendimento, che nel 24% dei casi induce l’individuo minorenne ad assumere e perdurare il comportamento deviante ai danni di se stesso e degli altri. Il 44% vede scaturirne la causa nello svantaggio sociale, nell’appartenenza in famiglie disfunzionali o nel fatto di vivere quartieri altamente disorganizzati, mentre il 32% si associa a problematiche di tipo psicologico- relazionali.

 

 

2.1 Composizione familiare e divorzio emotivo

 

Alcune ricerche condotte in campo internazionale da Bandura, ed in Italia da Caprara (2000), dimostrano come il bambino “pro sociale” raggiungerà un maggiore successo nella vita relazionale futura; colui dunque che dimostra competenze di solidarietà e di supporto nei confronti degli altri fin dai primi anni di vita. Tale comportamento viene appreso ed interiorizzato dallo stile educativo genitoriale idoneo alla crescita psico-fisica del figlio, alla sua capacità di individualizzazione e rispetto di sé e dell’altro. Nella letteratura criminologica minorile, infatti, l’ambiente familiare occupa un posto di rilievo sia nello sviluppo del soggetto e nella formazione della sua personalità, sia nella sua funzione di filtro tra l’individuo ed il resto della società (De Leo G., 2009). Pratiche disciplinari violente o lassiste, la carenza e/o assenza di cure materne funzionali così come Bowlby (1967,1975) ha dimostrato in numerosi studi, o la mancanza o perifericità della figura paterna, generano una legittimazione della violenza come modello comportamentale fin dalla prima fascia di età, maturando nell’individuo una falsata e distorta visione dell’aspetto normativo e punitivo della vita sociale. Le stesse pratiche di “disimpegno morale” che colorano famiglie dove sono predominanti l’invischiamento dei ruoli, il rifiuto affettivo, la mancanza di comunicazione, la colpevolizzazione della vittima e la continuità di un’eccessiva permissività o severità, strutturano stabilmente l’individuo svincolandolo dalle regole, oltre che familiari, anche sociali, rendendo molto più probabile che egli persista nella devianza (Bandura A., 1977).

A tal proposito è stato posto l’accento sui casi di quelle separazioni, non tanto legali, quanto emotive, che determinano una disgregazione familiare e quindi la nascita di condizioni che possono deporre a favore di uno sviluppo deviante o meno del minore (un fattore di rischio preoccupante è ad esempio, quando la frattura avviene con il bambino molto piccolo o nel caso di abbandono o morte di uno dei due genitori). Al giorno d’oggi i processi di innovazione sociale propongono una pluralità di modelli familiari, complessi e tra loro differenziati;  dalle famiglie monoparentali a quelle così dette “allargate” in cui i genitori provengono da altre famiglie precedenti ed è , dunque, da criticamente rivisitare anche il concetto di famiglia “problematica” , in cui più membri manifestano sintomi di disagio (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani,1987). I livelli utili di osservazione ed intervento , allora, riguardano non solo le sequenze comunicative, ma i modi di trattare e regolare quelle sequenze ; non tanto i problemi, i conflitti, i traumi, le perdite, le patologie, quanto e soprattutto le capacità di definirli, significarli ed affrontarli. La qualità delle competenze negoziali e regolative che la famiglia fa emergere attorno a quei rischi , assumono un carattere di crescita per il minore o di indizio di devianza.

 

 

2.2 Le condizioni di povertà e i processi sociali

 

I dati Istat stimano l’incidenza della povertà relativa (percentuale di famiglie e persone povere/totale delle famiglie e persone residenti) calcolandola sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila). La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore. Nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti (erano 1 milione 58 mila nel 2012). Tali dati vengono utilizzati dai sociologici per affermare statisticamente come un minore povero sia maggiormente a rischio di delinquere e per associare al concetto di marginalità urbana quello di mancanza di possibilità, di risorse, di spazi e servizi sociali. A questa dimensione, va oggigiorno aggiunto il problema di quelle correnti d’immigrazione straniera che creano forme di conflitto culturale e normativo, che traggono i mezzi economici di sussistenza quasi esclusivamente con attività illegali (Miazzi, 1995) e che vengono a volte reclutati dai paesi di provenienza e fatti entrare clandestinamente per assumere il ruolo di manovalanza delle associazioni criminali più grandi (Bouchard, Pazè, Miazzi, Pozzar, 1995).

In opposizione a tali teorie, Sutherland (1961) ha fornito un importante contributo riguardo i crimini dei così detti “colletti bianchi”, intendendo con ciò i reati commessi da persone rispettabili all’interno dell’ambito lavorativo e non e aprendo nuove prospettive d’indagine di una criminalità profondamente differenziata e complessa. Su questa scia, infatti, troviamo problemi di immunità differenziale anche nel campo della devianza minorile, pur agendo con meccanismi differenti poiché un giovane delinquente appartenente ai ceti alti risulta più difficile da scoprire dato lo stereotipo di immagine comune e diffusa di tale tipologia (Chapman,1971).

 

 

2.3 La dispersione e l’abbandono scolastico

 

Tale fenomeno ha visto l’interessamento del ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale per gli studi, la programmazione e per i Servizi informativi – Ufficio VII – Servizio statistico) attraverso l’analisi di un insieme di indicatori. Si parla di due dimensioni di analisi del fenomeno della dispersione scolastica: la prima è quella che lo fa coincidere con il numero di “drop-outs” rilevati nel corso di un anno scolastico,  quindi i ripetenti, i promossi con debito, i ritardi accumulati negli anni e i passaggi ad un altro indirizzo. A tal proposito gli studiosi ci segnalano sia i bambini che, rifiutati dai pari perché ritenuti aggressivi, strutturano un senso di sfiducia nei pari e tendono ad aggregarsi con altri compagni devianti, sia le vittime di aggregazione selettiva dei compagni con comportamenti prevaricatori di gruppo, come ad esempio il bullismo. La seconda dimensione ministeriale, invece, utilizza una chiave di lettura europea che analizza il fenomeno dell’abbandono in base agli “early school leavers”, al numero di giovani, dunque, dai 18 ai 24 anni d’età in possesso della sola licenza media e fuori dal sistema di istruzione-formazione. Secondo quest’ultima dimensione, il nostro Paese, nonostante i miglioramenti osservati a partire dal 2000, occupa ancora una posizione di ritardo; infatti, nel 2012, il fenomeno coinvolge ancora il 21,1% dei giovani meridionali ed il 15,1% dei coetanei del Centro-Nord. Inoltre, dal punto di vista geografico, la percentuale di abbandoni rispetto al numero degli iscritti e la dispersione sono diffuse non solo nelle aree del Mezzogiorno, più caratterizzate da situazioni di disagio economico e sociale, ma anche nelle aree del Paese connotate da sistemi economico- produttivi più forti dove il mercato del lavoro ad ingresso facilitato, perché in cerca di mano d’opera (anche non qualificata), fa da concorrenza al sistema scolastico.

 

 

2.4 Le dipendenze

 

Anche in questa circostanza, è uno stereotipo sociale, in genere confortato dai dati statistici, a  considerare la tossicodipendenza e l’alcolismo strettamente collegate alla criminalità; un’informazione questa che troppo spesso si tinge di un’eccessiva semplificazione e generalizzabilità e che non abbraccia il gran numero di dipendenti esistenti ma istituzionalmente non noti.

Per quanto riguarda le tossicodipendenze va innanzitutto distinto il reato commesso sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, da quella delinquenza strumentale alla necessità di procurarsi droga, al traffico e allo spaccio di droghe (Mannheim, 1975;Ponti, 1980; Bandini,Gatti,1987). È ben noto come gli stimolanti (es. anfetamine e cocaina), gli allucinogeni (es. LSD) o le sostanze ad effetto depressivo (es. morfina ed eroina) alterino i processi fisiologici, psicologici e percettivi dell’individuo, ma va tenuto conto di quanto il loro effetto non sia costante ed uniforme ma altamente soggettivo e correlato a fattori quali l’età, la personalità, le aspettative, le componenti imitative e circostanziali alla base di tali comportamenti (Ponti,1980). Lo stesso vale per la dipendenza da alcool che, sebbene agisca rapidamente sul sistema nervoso interferendo sui centri inibitori abbassando la soglia di controllo rispetto ad un comportamento violento, non ci permette di affermare che l’alcolismo causi e crei la criminalità  (Scherer,Abeles,Fisher,1984). Certo è sicuramente il pericoloso effetto diretto della sostanza agente su una personalità in evoluzione e un’identità psico-fisica non consolidata come quella del minore. Gli stessi fattori indiretti legati allo spaccio, al procurarsi la droga pur non avendo un reddito, alla rete dell’illegalità che vi fa da sfondo, concorrono all’intraprendere una carriera criminale stabilizzando il comportamento deviante proprio della cultura della droga (De Leo G.,2009).

 

 

  • Il sistema giudiziario per il minore

 

Dal 1943, l’Istat ha iniziato a rilevare separatamente le notizie riguardanti i procedimenti trattati dalla magistratura per minorenni (Tribunali per minorenni, Uffici del Pubblico ministero e Sezioni di Corte di appello per minorenni). Nei vari anni le istituzioni preposte al trattamento dei procedimenti relativi ai minorenni denunciati si sono modificate (Tribunali per minorenni, Procure per minorenni, Preture, Uffici di servizio sociale per i minorenni, Centri di prima accoglienza, Istituti penali per i minorenni, Comunità socio educative), così come si è modificato il tipo di informazioni raccolte. Non è quindi possibile ricostruire una serie storica coerente ; dal 1943 al 1960, infatti, i dati pubblicati si riferiscono ai delitti denunciati a carico di minori e non agli autori minorenni. Allo stato attuale, la norma più innovativa per la tutela di minori con devianza penale è il D.P.R 448/1988 che disciplina, in forme avanzate di alto profilo internazionale, il processo penale per coloro che infrangono la legge e parla, per la prima volta, di “interesse del minore” e “esigenze educative” come criteri giuridicamente rilevanti. Dopo i primi di anni di sensibile disomogeneità di esperienze applicative e di una forte resistenza interpretativa da parte degli addetti ai lavori, oggi si è giunti ad una maggiore conoscenza e divulgazione comunicativa tra i vari giudici, operatori e servizi in grado di mantenere le misure processuali abbastanza bilanciate e congruenti per tutti i  minori, pur applicando una determinazione qualitativa che rifletta in modo proporzionale il bisogno e la problematicità propria di quell’imputato (De Leo, Dell’Antonio,1993; AA.VV. ,1989; Gatti,Verde, 1989; Lo Giudice, 1990; Pazè,1989).

Secondo i dati di rilevazione Istat i minorenni seguiti dagli uffici di servizio sociale nell’anno 2013 ammontano a 20.213, di cui l’11% ragazze e il 19,7% stranieri. Alla fine di tale anno, inoltre, risultano presenti 906 giovani nelle comunità e 401 negli istituti penali per i minorenni (Ipm), di età prevalentemente maggiore di 16 anni. Una quota rilevante è costituita dai cosiddetti “giovani adulti”; i maggiorenni che, per reati compiuti prima della maggiore età, rimangono in carico alla giustizia minorile per poi transitare in un istituto per adulti. L’ingresso nei centri di prima accoglienza avviene quasi esclusivamente per arresto in flagranza di reato (92,6%), mentre quello in comunità principalmente per l’applicazione diretta di tale misura (56,8%) e in misura minore per applicazione della messa alla prova (14,3%) o per altri motivi. Gli ingressi negli Ipm avvengono nell’81,5% dei casi per motivi di custodia cautelare, mentre nel restante 18,5% per esecuzione di pena. Quasi la metà degli ingressi (45,6%) riguarda cittadini stranieri, le ragazze invece sono solo il 12,1%, quasi tutte straniere (86,9 %).

Su tale sfondo, riscontriamo l’importanza ed efficienza del sistema carcerario, del suo fine previsto dalla legge (Costituzione, part. I, titolo II, art. 27), e della sua idoneità a garantire una rieducazione del condannato che ha commesso devianza così da trasformare il futuro adulto non più in problema, ma risorsa della società. Quasi sempre, per ragioni organizzative, di carenza di risorse e normative adeguate, questo non avviene e la giurisdizione vede un sistema carcerario non centrato sul recupero della persona, ma maggiormente sull’isolamento della stessa dalla società, in un ambiente ad alto tasso di criminalità dopo del quale, privo di una rieducazione, facilmente ricade negli errori precedenti. La pena detentiva torna spesso ad essere solo un metodo di espiazione della colpa, incompresa spesso dal reo, e nulla più, consolidando le varie forme di criminalità organizzata che proprio sulla inefficienza del sistema e sulla microcriminalità si fondano ed esistono, ed invalidando ogni forma di misura detentiva alternativa con la convinzione che esse servano solo all’indebolimento della pena di un’amnistia mascherata.

Evidenzia Salvatore Natoli in “Ribellione crudele e apologia del crimine”– un commento a “ Natural Born Killers” di Oliver Stone – “…nello schiaffo quando lo restituisci non lo restituisci per il dolore, ma lo restituisci per l’offesa e allora ne daresti mille. La violenza è incontenibile perché nella distruzione della dignità, chi è distrutto nella sua dignità non riconosce nulla che sia degno di rispetto, perché la mancanza di rispetto l’ha patita lui e nulla diviene più rispettabile…”.

 

 

3.1 tipi di reati

 

I reati commessi dai minori entrati nei servizi residenziali della giustizia minorile nel 2013 risultano essere principalmente delitti contro il patrimonio,violazioni delle leggi in materia di stupefacenti e delitti contro la persona. Ritroviamo dunque bullismo, prostituzione minorile,spaccio e disagi sociali sotto forma di bande giovanili; queste ultime vedono associazioni gruppali che dalla condivisione delle esperienze, degradano in un fenomeno criminologico per la commissione di particolari tipi di reato in segno di risposta sociale al mutamento dei costumi comportamentali delle famiglie. In presenza, infatti, di disgregazione del nucleo familiare i giovani individuano nei coetanei e nei loro gruppi una compensazione affettiva e quel fondamento di valori (disvalori) a cui ancorare la loro vita. Questo spiega come tale fenomeno non sia caratteristico solo delle classi meno abbienti, ma anche dei ceti medio-alti, suddivisi in vere e proprie organizzazioni volte a trarre dall’illegalità e dal commettere reati dei proficui.

In Italia tale fenomeno non risulta particolarmente rilevante, ma localizzato in modo particolare nelle grosse città dove questa attività per certi versi risulta analoga a quella presente in altre realtà straniere che ne hanno visto la nascita già nel dopoguerra.

 

 

  • La prevenzione

 

L’argomento “prevenzione” assume in questo campo un’estrema valenza, poiché rivolta ad una fascia di età che, se presa in tempo ed educata a stili comportamentali lontani dalla serie di fattori di rischio, può raggiungere una crescita ed evoluzione ben diversa dalla devianza e delinquenza. Oltre al ruolo genitoriale, sono educatori ed insegnati a poter cogliere i segnali di esordio del disagio e trattarli prima che, radicati, si trasformino in forme psicopatologiche. Per quanto riguarda le prime fasi di crescita, sono chiare le manifestazioni che il bambino problematico espleta, quali disturbi del sonno, dell’alimentazione, della sfera affettiva e anomalie comportamentale nel momento di acquisizione ed interiorizzazione delle regole e norme della vita sociale. A tal proposito già Freud sottolineava il ruolo cardine svolto dalla figura paterna nella costruzione di un Super-io infantile  capace di controllare e bilanciare le esigenze della realtà con le pulsioni e gli istinti.

Anche le Istituzioni scolastiche diventano attrici protagoniste in ambito di prevenzione della devianza minorile, ancor più quando si è in presenza di carenze familiari ed il disprezzo e rifiuto nei confronti del mondo adulto viene interiorizzato e generalizzato dal bambino. In tal caso la scuola , con politiche di accoglienza e audizione delle problematiche, in una rete collaborativa con associazioni ed operatori socio-sanitari, può intraprendere un percorso di attività riparative volte non solo ai bambini in uno stato di disagio, ma anche alle loro famiglie. Diventa fondamentale,così, la formazione ed attivazione di un corpo insegnate consapevole delle problematiche di devianza e degli atteggiamenti nei confronti di sub-culture minoritarie; un intervento di modifica della rappresentazione sociale del comportamento deviante, attraverso tecniche di gruppo, al fine di verificare il livello di “dispercezione” della qualità antisociale di certi atti; e , infine, l’utilizzo di un approccio multidimensionale nei diversi livelli di intervento preventivo (De Leo G.,2009). Una strategia questa che, a fronte delle molteplici dimensioni del disagio del minore e dell’eterogeneità dei suoi bisogni, sappia utilizzarne le potenzialità, le risorse e competenze evolutive spingendo la comunità, le istituzioni e la famiglia alla promozione di situazioni di un effettivo benessere individuale e sociale.

 

Bibliografia

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Baratta A. (1982) Criminologia critica e critica del diritto penale. Il Mulino, Bologna, 1982.

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Siti internet

 

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Cnel e Istat, Rapporto UrBes: il benessere equo e sostenibile nelle città – Anni vari, 15 giugno 2013 – http://www.istat.it/it/archivio/92375

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